Pensieri e Parole
Raccolta di scritti e riflessioni fatte da pellegrini e viandanti

Si dice che la vita è una continua ricerca della direzione in cui andare… Quante volte ci troviamo dinnanzi ad un bivio? E quante volte la decisione di prendere l’una o l’altra strada può trasformarsi in un onere tanto pesante che preferiamo rimanere fermi ad aspettare per paura di sbagliare? Anche partire per un Cammino implica la scelta di una meta e della strada da seguire per raggiungerla. L’idea di mettersi in Cammino per settimane verso Santiago de Compostela, Roma o Assisi potrebbe creare inizialmente quella stessa sensazione di smarrimento di chi non sa quale strada scegliere. Una volta giunti alla partenza però ci sorprendiamo di quanto un piccolo segnale riesca subito a dar coraggio al nostro primo passo …

Ogni Cammino ha il proprio segnale da seguire che ci accompagna, fin dal primo giorno, alla scoperta di nuovi luoghi diventando il simbolo delle nostre speranze ed aspettative: sul Cammino di Santiago c’è una freccia gialla o una conchiglia, la famosa “concha”; sulla Via Francigena si segue una bandierina bianco e rossa con un piccolo pellegrino al centro…
All’inizio abbiamo qualche difficoltà a riconoscerli tra le foglie o a scorgerli sui marciapiedi, ma nella misura in cui acquistiamo familiarità con la loro forma e colore, cresce anche il senso di sicurezza e la fiducia in noi stessi, oltre che la nostra capacità di vederli.

La crescente consapevolezza che questi simboli ci accompagneranno fino alla fine del nostro viaggio ci tranquillizza e ci conforta, passo dopo passo, al punto che iniziamo a cercarli con lo sguardo, anche da lontano. La freccia gialla diventa quindi per tutti un punto di riferimento del proprio Cammino, una costante che si fa cercare e che ci rassicura che “Si!, sono sulla strada giusta!

La freccia può anche assumere per chi cammina un significato più intimo rispetto al semplice “indicatore di direzione”: per alcuni diventa una paziente compagna di viaggio con cui condividere emozioni e riflessioni; per altri si trasforma in uno strumento per superare paure ed insicurezze, mentre per qualcun altro diviene lo specchio che riflette i propri punti di forza e le proprie debolezze. Durante il Cammino ognuno carica quel segnale del proprio sentire e del proprio vivere, facendolo diventare, al rientro dal viaggio, uno scrigno dove custodire preziosi ricordi.

Un cammino “ben segnato” offre a chi lo percorre la possibilità di vivere l’esperienza con più serenità, lasciando spazio a pensieri e riflessioni e stimolando la ricerca interiore; ma il segnale nel contempo si fa anche cercare, incoraggiando il viandante alla sua ricerca e riconoscimento anche in condizioni ambientali difficili. Questa esperienza può di fatto esserci d’aiuto anche nella vita “normale”per imparare a conoscere meglio noi stessi, il mondo che ci circonda e riconoscere più facilmente i segnali più o meno nascosti che le situazioni ci mettono davanti, rendendo un po’ più semplice, di fronte “al bivio”, la scelta di una strada rispetto che un’ altra.
La presenza di una segnaletica chiara e puntuale è uno degli elementi distintivi per lo sviluppo di un Cammino aperto a tutti. Uno dei primi ad intuirlo è stato Don Elias Valiña, parroco di O Cebreiro, un piccolo villaggio in cima ad un monte lungo la strada per Santiago, che ideò la famosa Freccia Gialla. Consapevole delle difficoltà di orientamento che i pellegrini incontravano lungo il Cammino, tra boschi e sentieri spesso impervi, Don Elias si impegnò a studiare e ad identificare il percorso migliore e a segnarlo con delle frecce di vernice gialla, trovata abbandonata su una strada e comunemente usata per la segnaletica stradale. Ad una pattuglia della Guardia Civil che una volta lo fermò, insospettita dal suo dipingere frecce gialle, lui disse che stava preparando una “grande invasione”! E così è stato! L’opera di Don Elias e il successivo impegno delle Associazioni di volontari e delle Istituzioni nella manutenzione dei segnali, hanno permesso che oggi il cammino sia agevolmente percorribile da tutti, passando da un numero di circa 2 mila pellegrini nel 1985 ai poco piu’ di 260 mila nel 2015.

Certo! A volte può capitare comunque di perdersi, o perchè il segnale per qualche motivo non è chiaro o forse per nostra distrazione, ma la consapevolezza della sua presenza da qualche parte, ci da quella forza e quel coraggio necessari per cercarlo e ritrovare la giusta direzione … Perchè anche il perdersi nella vita può avere la sua importanza, ed essere a sua volta il segnale che tanto aspettavamo per scegliere quale strada prendere di fronte al bivio…

Cristina Menghini

Un elemento che contraddistingue l’esperienza del Cammino è il tema dell’accoglienza.
Abituati a pagare in denaro negli hotels per ricevere cortesia e buon servizio, il pellegrinaggio a piedi ci dà invece l’opportunità di riscoprire il valore dell’accoglienza come gesto disinteressato.
Infatti tra le tipologie di strutture di accoglienza presenti sui Cammini italiani, il pellegrino che arriva stanco alla sua meta quotidiana può scegliere di riposarsi in un luogo di accoglienza ‘ad offerta’ dove lo aspetta il sorriso di un Hospitalero, termine castigliano comunemente usato anche qui in Italia per indicare la persona che ti accoglie. Questi luoghi sono solitamente locali messi a disposizione dalle parrocchie o da privati, organizzati in stanze con letti a castello, bagni, doccia calda e a volte anche una cucina, spazi da utilizzare in uno spirito di piena condivisione. L’hospitalero e’ un volontario, in genere un pellegrino, che compresa l’importanza del valore dell’accoglienza e della solidarietà, sceglie di mettersi a servizio degli altri pellegrini durante il loro Cammino. Avendole sperimentate personalmente, l’hospitalero conosce le fatiche di chi cammina, ne condivide l’esperienza, le motivazioni e le emozioni. E’ una persona in grado di ascoltare e si impegna a creare le condizioni migliori affinché gli ospiti possano riposarsi in tranquillità. Per il suo servizio non vuole nulla in cambio, desidera ‘solo’ donarsi mettendo a disposizione il suo tempo, le sue energie e la sua esperienza. Quello dell’hospitalero e’ un servizio impegnativo… La mattina si sveglia molto presto la mattina per preparare la colazione e mettersi a disposizione dei pellegrini in partenza. Segue la pulizia certosina di stanze, bagni e docce e la verifica del materiale e del cibo a disposizione per poter comprare cio’ che manca. Il tempo scivola tra le mani ed ecco che gia’ arrivano i primi pellegrini…  un sorriso e un bicchiere d’acqua di certo allevieranno la loro fatica .. agli occhi dei pellegrino, questi due gesti sinceri sono sufficienti a trasformare l‘hospitalero in una figura affidabile e polivalente, alla quale rivolgersi per ogni informazioni, consiglio, o problema, anche personale .. Inizia il compito forse piu’ importante per gli hospitaleros: mettersi all’ascolto. E’ un’azione che richiede pazienza, rispetto, apertura … ascoltare una persona non e’ solo sederle accanto e sentire cio’ che ha da dire … ascoltare vuol dire bussare alla porta dell’altro e chiedere di entrare per avvicinarsi al suo stato d’animo e cercare di comprenderlo; e’ riuscire a percepire le gioie e le sofferenze che si nascondono dietro le loro parole. Il saper Ascoltare e’ un bellissimo dono che, nascosto dietro alla sua apparente immobilita’, si rivela invece un’azione attiva che richiedere buona volonta’ ed energia. Perche’ senza mettersi all’ascolto difficilmente si riesce a dare sostegno. La sera l’atmosfera serena della cena condivisa, tra sorrisi e racconti, diventa la ricompensa per un’altra faticosa giornata di belle emozioni e nuovi incontri.
Dietro la gioia e la dedizione di queste persone nel servire il prossimo, ci sono quindi ogni giorno molte ore di lavoro e di fatica, non solo fisica, oltre alla necessità di coprire le spese per i costi fissi che un immobile può avere. L’offerta in denaro del pellegrino all’ospitale diventa quindi una forma di gratitudine che permette la continuita’ del servizio di accoglienza anche ai pellegrini che verranno dopo e l’abbraccio con il volontario al momento della partenza, una delle emozioni indimenticabili che l’esperienza del Cammino ci offre.

L’ Essere Hospitalero credo che sia un attributo del cuore, di cui siamo piu’ o meno consapevoli e che a volte ha bisogno di una spinta per venir fuori. Capita spesso che al rientro da un Cammino, ci si renda conto di quanto l’essere stati accolti con umilta’ e sincera disponibilita’ abbia fatto la differenza tra un passo e l’altro ed e’ comune pensare a quanto ci piacerebbe poter fare lo stesso per gli altri pellegrini.

Se sentite di essere pronti a donarvi per questo servizio, in Italia ci sono due soggetti che si occupano di avvicinare le persone a questo tipo di esperienza:

  • gli HOSVOL Italia, gruppo laico con sede a Valpromaro (LU)
  • la Confraternita di San Jacopo, gruppo cattolico con sede a Perugia

Entrambi organizzano corsi in cui vengono affrontate le tematiche piu’ importanti che riguardano l’accoglienza, ognuna seguendo linee guida proprie con l’obiettivo di indirizzare i volontari ad un piu’ utile ed efficace servizio (per informazioni sui corsi rivolgersi direttamente a loro)

Grazie a questi volontari per il loro tempo dedicato al Cammino di altri

Uno degli argomenti più frequenti su cui si discute sia sui social network che durante i vari incontri tra pellegrini riguarda la preparazione dello zaino prima della partenza. Perchè durante un viaggio a piedi, la scelta dello zaino e il suo peso può veramente fare la differenza tra una memorabile esperienza e un viaggio di sofferenze …

La tendenza di chi per la prima volta decide di affrontare un lungo Cammino, è quella di caricare un peso eccessivo sulle spalle, non curandosi abbastanza del contenuto e senza pensare che uno zaino pesante, caricato per tanti giorni e tanti km può mettere in pericolo la salute dei piedi e delle articolazioni, senza contare la fatica. Ma bastano poche tappe per rendersi conto dell’errore, nel momento in cui iniziano a sorgere i problemi tipici del peso eccessivo: mal di schiena, infiammazioni, tendiniti e vesciche…
E’ importante quindi dedicare una particolare cura a ciò che si mette dentro lo zaino, cercando di limitarne il più possibile il peso, che secondo gli esperti non deve superare il 10% del proprio peso corporeo … può sembrare incredibile, ma vi assicuro che è tecnicamente possibile… con un po’ d’esperienza, si può arrivare anche ad avere sulle spalle meno di 6 chili e vi lascio immaginare quanto impagabile sia la sensazione di libertà che si prova nell’essere consapevoli che si può viaggiare e vivere con così poche cose …. Quel peso dell’essenziale che rende più lieve il nostro Cammino…
Per ridurre il peso al minimo indispensabile è importante scegliere uno zaino di ottima qualità, leggero, con un volume di 35-45 litri al massimo e valutare la soluzione più leggera per ogni singolo oggetto che si vuole portare con sé: meglio un abbigliamento tecnico sintetico, un sacco a pelo di dimensioni compatte e un asciugamano in microfibra, tenendo presente che la somma di piccole differenze di peso farà una grande differenza per ogni passo compiuto.

Molto importante è anche come lo zaino va indossato. Il modo piu’ corretto e adatto a quasi tutti prevede che il peso non venga scaricato sulle spalle, bensì sul bacino. Per questo motivo lo zaino deve essere dotato di una comoda “cintura” da stringersi il più possibile in vita per consentire una ottimale distribuzione del peso sulle anche, mentre gli spallacci, ben regolati, si limiteranno a tenere lo zaino simmetrico e attaccato alla schiena , evitando che si muova e che quindi la forza peso si disperda.
E mentre prepariamo lo zaino, il processo di selezione tra ciò che ci piacerebbe portare e ciò di cui avremo veramente bisogno sul Cammino sembra assumere un interessante significato simbolico nel suo parallelismo con il Cammino della nostra Vita.
Quanta importanza diamo a cose che in fondo non ci servono? Con quanta superficialità a volte ci occupiamo delle cose che invece contano nella nostra vita? Quanto spesso confondiamo il superfluo con l’essenziale? E quanta fatica e tempo ci costa star dietro a situazioni che alla fine si sono rivelate di poca o nessuna utilità?
Il Cammino nella sua semplicità ci aiuta anche in questo: imparare a distinguere ciò che nella Vita è indispensabile da ciò che è inutile.
Una volta individuate le priorità e data loro la giusta importanza riusciremo ad affrontare la nostra giornata e in generale la nostra vita con spirito più leggero, imparando a dosare le energie ed evitando le fatiche tipiche di chi si butta addosso oneri inutili.
E’ questo un concetto su cui il nostro amico pellegrino Giuliano Mari, autore del libro “Camminando sulla Via Francigena – 1400000 passi dal Gran San Bernardo a Roma”, ritorna spesso mentre ci spiega la “filosofia del lento Camminare” ….
“Camminare – ci dice – accentua la differenza tra l’essenziale e il superfluo. Camminare mi ha insegnato che ogni cosa ha un peso e che questo peso me lo devo portare sulle spalle per ogni passo che farò sul Cammino… – … all’inizio non sapevo cosa mi sarebbe servito e allora ho messo sul letto tutte le cose che mi sembrava potessero essere utili. Le ho divise in tre mucchietti tra quelle che ritenevo essenziali, quelle che potevano essere utili e quelle di cui potevo fare a meno. Ho messo quindi nello zaino tutto il mucchietto dell’essenziale, un paio di cose utili e ho lasciato fuori il resto.. – … Questo modo di ragionare, per preparare lo zaino, è diventato nel tempo una “forma mentis”, un mio modo di pensare che applicavo nelle diverse situazioni che la vita mi presentava innanzi: ho imparato a dedicare molto più tempo alle cose essenziali e quindi importanti, a pesare il tempo da dedicare alle cose utili e a non perderne per le cose superflue…”

Quello che ho imparato in questi anni di Cammini e’ che non esiste uno zaino ‘perfetto’ o un modo di prepararlo perfetto: cio’ che si sceglie di caricare sulle spalle e’ qualcosa personale e dipende dal proprio modo di essere, dalle proprie caratteristiche fisiche e dall’esperienza che ci si porta dietro …
Certo e’ vero! … ci sono delle cose che dentro uno zaino sarebbe meglio che ci fossero per affrontare il Cammino con una certa serenita’ … ci sono anche modi ‘studiati’ apposta per preparare lo zaino e che permettono di scaricarne meglio il peso sul corpo … esistono oggettivamente modelli di zaini che vanno meglio di altri per questo tipo di esperienza e ritengo che sia un buon passo di partenza quello di chiedere consiglio o cercare informazioni a riguardo sui tanti siti dedicati al Cammino, incluso questo. E’ importante pero’ aver chiaro che quello che va bene ad altri, non e’ certo che vada bene a noi fino a che non lo avremo sperimentato …

…. credo che esista solamente un tipo di zaino adatto al Cammino …. quello ESSENZIALE per il nostro ‘essere noi stessi’ e che solo l’esperienza personale potra’ rendere piu’ comodo e piu’ leggero.

Se ritenete possa essere di vostra utilita’, ecco la descrizione del MIO ZAINO ESSENZIALE

Buon Cammino!

Riproponiamo una riflessione sul tema dell’accoglienza pellegrina, scritta da Cristina Menghini quattro anni fa, e che, nonostante sia passato del tempo, riteniamo ancora attuale nel concetto, pur riconoscendo che la situazione dell’ ospitalita’ lungo la Via Francigena sia leggerente migliorata negli ultimi anni …

 

Mi casa es tu casa”Non c’è nulla di più appagante per un pellegrino, alla fine di una faticosa giornata di Cammino, che trovare un sorriso ad accoglierlo. Il sorriso di un prete che mette a disposizione qualche letto nella canonica, o ancora quello di qualche volontario che ha deciso di donare un po’ del suo tempo a servizio di una realtà che in Italia si sta sempre più diffondendo: il pellegrinaggio a piedi.
Conosco quella sensazione di gratitudine che ti avvolge quando vieni accolto con Amore così come ho ben presente quel sentire di pienezza che nasce dall’abbraccio sincero di un pellegrino che ti ringrazia prima di ripartire… io, pellegrina e ospitaliera…

E forse è proprio perché certe esperienze le ho vissute in prima persona, che mi rattristo ogni volta che mi imbatto in situazioni dove il pellegrino viene visto più come un turista… e dove quel sorriso che tanto desidera incontrare a volta gli costa caro!
Ho pellegrinato più volte sulla Via Francigena e posso dire di essermi imbattuta nelle più svariate situazioni; ho incontrato persone splendide che mi hanno accolta col Cuore, che hanno condiviso con me la loro cena, che hanno voluto ascoltare il racconto dei miei passi; ne ho incontrate altre che freddamente mi hanno messo un timbro sulla credenziale e dopo avermi chiesto 25 euro, non mi hanno nemmeno accompagnata in stanza, indicandomi col dito le scale su cui salire.

Eppure, come ci tramanda la storia medievale, l’accoglienza al pellegrino, e non solo, soprattutto da parte degli enti religiosi è sempre stata considerata un valore, oltre che un servizio al prossimo. Monasteri, conventi e parrocchie erano soliti accogliere i viandanti in cammino verso Roma, offrire loro un luogo sicuro per passare la notte, un abito pulito e un pasto caldo, oltre che un sostegno spirituale e un momento di morale convivialità. Il tutto sempre gratuitamente.
Il pellegrino moderno, indipendentemente dalle motivazioni, si mette in Cammino con il desiderio, a volte inconscio, di voler vivere un certo tipo di esperienze di valori quali la condivisione, la solidarietà, la comprensione, esperienze che, nel nostro vivere moderno, “veloce ed egoista” è difficile riuscire a comprendere ed a interiorizzare. Il pellegrino cerca un gesto d’Amore, perché è nell’amore che si trova la forza di andare avanti nel Cammino, così come nella Vita. E dove c’è Amore ci sarà quasi sicuramente anche un materasso su cui riposare, dell’acqua calda per lavarsi e un piatto di minestra per rifocillarsi. Di questo ha bisogno il pellegrino e di null’altro. Adesso, proprio come nel passato.

Sulla moderna Via Francigena però, l’accoglienza povera non sempre rispecchia quel gesto d’Amore tanto cercato. Non è certo mio interesse, e ben me ne guardo, giudicare l’intenzione e l’operato altrui. Ognuno si metta una mano sulla propria coscienza. Ci tengo però a raccontare alcune mie esperienze personali con la speranza di riuscire a far nascere una sorta di riflessione costruttiva su come si sta evolvendo il “sistema accoglienze” su una delle Vie di pellegrinaggio più importanti del mondo!
Premetto che, a mio avviso, le strutture che si propongono come accoglienza al pellegrino dovrebbero essere tutte “ad offerta”, seppur comprendo l’esigenza di coprire i costi di gestione e di conseguenza sono d’accordo qualora venga stabilito un contributo simbolico.

Ci sono essenzialmente tre tipi di ospitalità sulla Via Francigena: quelle ad offerta, quella con un prezzo simbolico che mi piace definire “giusto” e quelle con prezzo “turistico”. E spesso il sorriso e l’Amore con cui si viene accolti è inversamente proporzionale ai soldi spesi.

Quanta compassione nel piatto di pasta che Suor Ginetta, a Siena, mi ha offerto. Quando le ho chiesto dove potevo lasciare un’offerta mi ha mandato a dire un “Ave Maria” per tutti i poveri che giornalmente andavano da lei a chiederle lo stesso piatto di pasta.

Don Giovanni, ad Aulla, in collaborazione del Comune, porta avanti l’accoglienza in un ostello ricavato nei locali di una scuola, nonostante tutti gli oneri e impegni che il suo compito di prete lo porta ad avere. L’ultima volta che sono andata, dopo avermi invitata a cena con i suoi collaboratori, mi ha detto che, se proprio insistevo, potevo lasciare un’offerta per la ristrutturazione dell’Abbazia di San Caprasio.

A Radicofani e Roma, negli ostelli gestiti dalla Confraternita di San Jacopo di Perugia, sono sempre stata accolta con rispetto e grande disponibilità. Gli ospitalieri volontari si donano al servizio al pellegrino, onorandone il Cammino con il rito della “lavanda dei piedi”, simbolo dell’Amore di Gesù verso l’Umanità. E’ un gesto che mi ha molto colpita e che sottintende l’ospitalità come valore umano e religioso. La cassetta delle offerte è in un angolo, quasi nascosta.

Ad Orio Litta, sono stata accolta dal sindaco, PierLuigi Cappelletti che mi ha accompagnata personalmente nel bellissimo ostello comunale di Cascina San Pietro. I costi di gestione rientrano nelle spese comunali e quindi al pellegrino è lasciata la scelta se contribuire o meno con un’offerta.

Anche nel comune di Monteriggioni il pellegrino è ben accolto. Il Sindaco Bruno Valentini, è sempre in prima linea quando si tratta di migliorare la percorribilità della Via Francigena. E per questo ha finanziato molti interventi sia per la sicurezza del percorso che per l’accoglienza. E’ stato appena inaugurato l’ostello “La Sosta di Strove” dove i pellegrini potranno riposare con tutti i comfort (persino televisore e computer) al giusto prezzo simbolico di 12 euro per i costi di gestione.

Don Gianni, a San Quirico d’Orcia, ospita i pellegrini nella Collegiata al giusto prezzo simbolico di 9 euro. Anche li ho sempre trovato un’ottima disponibilità. L’ultima volta ho passato parecchio tempo a chiacchierare con lui e dato che ero li come volontaria per la Via Francigena, non ha nemmeno voluto il mio contributo in denaro per il pernottamento.

Ricordo invece con amarezza il giorno in cui sono arrivata al confine tra Svizzera e Italia. Avevo prenotato all’Ospizio, oltre al pernottamento anche la cena, pagando 30 euro. Avendo problemi di allergie alimentari ho chiesto al frate di poter mangiare qualcosa di differente con la risposta che essendoci tante persone non sarebbero riusciti a prepararmi nemmeno una pasta in bianco. Ho quindi chiesto che mi fossero restituiti i soldi della cena con l’intenzione di andare al bar di fronte e mangiarmi un panino. Soldi che non mi sono stati restituiti.

Partita da Fucecchio, dopo 48 chilometri di cammino e dopo aver chiamato per avvisare che facevo tardi a causa della lunga tappa, mi presento al portone del Convento di Sant’Andrea a San Gimignano alle otto di sera. Il frate responsabile, con aria molto scocciata, si lamenta per il mio ritardo accusandomi di aver fatto la turista e minaccia di non accogliermi. Apre il portone solo dopo la mia insistenza. L’ospitalità era ad offerta. Decido di non lasciargli nulla. Sempre a San Gimignano, la seconda volta, decido di risparmiarmi l’esperienza precedente e mi reco al Monastero di San Girolamo. La Sorella mi accoglie proprio come se fossimo alla reception di un hotel. Mi chiede il documento, mette un timbro sulla credenziale, senza nemmeno rivolgermi uno sguardo o una domanda. Mi fa la ricevuta di 25 euro , mi consegna le chiavi col numero della stanza e col dito mi indica la scala su cui devo salire. La mattina per colazione ci saranno biscotti secchi e bevande dalla macchinetta automatica.

Passando da Gambassi Terme a giugno di quest’anno, mentre apponevo la nuova segnaletica bianco-rossa sul percorso, decido di andare a sbirciare l’ultimazione dei lavori del nuovo ostello dei pellegrini in Santa Maria in Chianni. Rimango quasi scossa dal “lusso” non proprio tipico di un’ospitalità povera, così come dal prezzo: 24 euro per una singola solo pernottamento. Colazione 3 euro. Prezzi a scendere in relazione al numero di pellegrini con cui si viaggia. La signora che si occupa della gestione si giustifica dicendo che deve pagare una donna delle pulizie e che i costi di gestione sono alti. Le parlo quindi dell’esistenza degli ospitalieri volontari, che, proprio come accade sul Cammino di Santiago, potrebbero accogliere periodicamente i pellegrini prendendosi cura gratuitamente della struttura. La risposta, un po’ scocciata: “So bene come funziona sul Cammino di Santiago. Ci sono stata pure io. Certo non ho dormito negli albergue dei pellegrini in quanto potevo permettermi di stare in hotel. E poi figuriamoci se lascio in mano a qualcuno che non conosco la gestione del mio ostello”.

E infine…
Sabato scorso sono stata all’inaugurazione dell’Ostello Santa Maria in Betlem a Borgo Ticino (Pavia). Premetto che ero già stata li a maggio per incontrare Don Lamberto e discutere dell’importanza di avere un luogo di accoglienza povera in una città come Pavia, crocevia di itinerari storico-religiosi, tentando di convincerlo a favorire, almeno per i pellegrini, un trattamento ad offerta, o per lo meno un giusto prezzo simbolico . Ero anche stata in più volte in Provincia a parlare con l’ ormai ex assessore Renata Crotti, che aveva promesso di sostenermi in questa causa. Avevo però già letto sul giornale del giorno prima dell’inaugurazione che i prezzi sarebbero stati di 20-22 euro. 3 euro la colazione. Durante l’intervento delle varie autorità è stato per tutto il tempo sottolineato il forte ruolo che questo ostello avrebbe avuto nell’accoglienza dei pellegrini e in particolare il vescovo di Pavia ha speso parole bellissime sul valore dell’accoglienza cristiana e sul fatto che tutta la comunità avesse il dovere di aiutare il pellegrino di passaggio nella città, proprio come accadeva nel Medio Evo. Ho alzato la mano in bella vista, per poter intervenire. Don Lamberto mi ha riconosciuta e dopo dieci minuti di ringraziamenti di rito ha preferito far alzare tutti invitandoli a raggiungere l’ostello per visitarlo. Quando mi sono avvicinata a lui per domandare che tipo di trattamento economico fosse previsto per un pellegrino a piedi con credenziale, mi ha liquidata rispondendo a microfono spento che i prezzi ancora non erano stati discussi.

Sarebbe interessante poter ascoltare altre esperienze per poterle confrontare ed avere un quadro più preciso che non sia solo il punto di vista di una persona. E’ comunque indubbio che in alcuni punti tappa sulla Via Francigena c’è ancora molto da lavorare in tema di accoglienza al pellegrino, in particolare in Val d’Aosta e in località importanti quali Pavia, Piacenza, Lucca, Gambassi Terme, San Gimignano, Vetralla e Sutri.
Quanto caro i pellegrini dovranno ancora pagare per questo antico gesto d’amore?”

Cristina Menghini

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